Che dolce sarei?
Un tiramisù.
All’inizio ho pensato fosse una strana associazione. Di quelle che non sai bene dove mettere, così sorridi e cerchi di darle un posto.
Poi ci ho pensato.
Un tiramisù non si presenta mai tutto insieme. Lo guardi e vedi soltanto quello che decide di mostrarti. Una superficie morbida, fatta di pochi ingredienti, qualcosa che sembra semplice. Ma basta affondare il cucchiaino per scoprire che sotto c’è molto altro.
Forse sono fatto così anch’io.
Ci sono parti più morbide e altre che hanno bisogno di tempo per sciogliersi. Ho uno strato dolce che mostro facilmente, perché sorridere è più semplice che spiegare. Si lega agli altri ingredienti quasi istintivamente, avvolgendoli in un abbraccio tenero.
Poi ce n’è uno imbevuto di caffè, che ha il sapore delle cose che ho attraversato e che, anche quando sembrano lontane, hanno lasciato qualcosa. Quel retrogusto che impedisce alla dolcezza di diventare banale.
E poi c’è il cacao. Quella polvere sottile che si posa sopra ogni cosa senza sembrare necessaria. Eppure, se non ci fosse, tutto sarebbe diverso. Forse è il modo in cui nascondo quello che sento proprio mentre provo a raccontarlo.
Non sono sempre facile da capire.
A volte sono quel pizzico di zucchero di troppo, altre volte quella goccia di rum nel caffè, capace di lasciare un sentore amaro proprio quando meno te lo aspetti. A volte mi perdo nei pensieri come il biscotto nel caffè, finché non rimane più niente della forma con cui ero partito.
Ma ho imparato una cosa. Non mi si può assaggiare soltanto dalla superficie. Bisogna avere la pazienza di attraversare gli strati. Senza fretta. Senza decidere al primo cucchiaino se piaccio oppure no. Perché dentro ci sono sapori che non si mostrano subito. Ricordi, paure, desideri, piccole crepe, cose mai dette e altre che ho imparato a dire soltanto con gli occhi.
E forse è proprio questo che rende speciale un tiramisù.
Non il fatto che sia dolce.
Ma il fatto che riesca a esserlo anche dopo aver incontrato il caffè.
Io, in fondo, sono un po’ così.
Una parte di me vorrebbe essere semplice. Un’altra continua ad aggiungere strati. E ogni volta che qualcuno prova a conoscermi davvero, affonda un cucchiaino un po’ più in profondità.
Poi, una sera, ho guardato il piatto vuoto. E mi sono chiesto perché continuassi a parlare di quel tiramisù. Forse perché alcune cose restano anche quando non c’è più nessuno con cui condividerle. Forse perché gli strati non raccontano soltanto ciò che siamo, ma anche ciò che siamo stati per qualcuno.
Ho sorriso.
E per la prima volta ho capito perché quel tiramisù mi somigliasse così tanto.
Aveva dentro tutto quello che non ero riuscito a dire.
E forse, in fondo, era proprio questo il motivo per cui ne era rimasto ancora un po’.
Ti va ancora un pezzo?

