Vorrei un tuo bacio.
Non uno qualsiasi, ma uno di quelli che si aspettano a lungo, tanto da finire per nutrirli di desiderio prima ancora di poterli assaporare. Un bacio che non condividi con nessuno, che tieni conservato per i momenti più belli, come qualcosa di prezioso da aprire soltanto quando senti che è arrivato il momento giusto.
Lo attesi per molto tempo, senza sapere se quel giorno sarebbe arrivato.
E durante l’attesa imparai che il desiderio assomiglia alla cura di un’orchidea. Non puoi affrettarne la fioritura. Puoi soltanto proteggerla, darle luce, aspettare. E forse amarla ancora prima che mostri il colore dei suoi petali. Impari che anche l’attesa può avere un profumo.
Così, mentre aspettavo, qualcosa cominciò a nascere.
Non aveva ancora un nome.
Ma ne intuii la spinta.
Non sapevo bene cosa fosse. Forse era soltanto un pensiero che tornava. Forse il modo in cui gli sguardi si cercavano quando sembravano persi nel vuoto. Forse quella strana sensazione che arriva quando tra due persone si apre uno spazio che ancora non esiste, ma che entrambe sembrano già conoscere.
Io, costruttore di sogni, posavo pazientemente mattoni di nuvole uno sopra l’altro. Cercavo la pietra d’angolo. Quella capace di sostenere l’arco d’ingresso verso uno spazio altro. Un luogo dove le parole avrebbero potuto smettere di essere necessarie e sarebbe bastato avvicinarsi.
Poi mi fermai.
Davanti a me c’era qualcosa che sembrava avvolto nella luce della luna.
Una livrea argentea.
La guardai senza fretta, come si guarda ciò che si desidera davvero quando finalmente lo si ha davanti. E pensai che forse anche un bacio comincia così. Da una carta da scartare lentamente. Da un messaggio che ancora non conosci, ma che immagini possa contenere proprio le parole che aspettavi.
Poi la scarti.
E per un istante tutto il resto scompare.
E prima ancora di assaggiare, c’è una piccola cosa da fare.
La nocciolina.
La stacchi con cura, come se anche quel gesto facesse parte del rito.
Poi finalmente arriva il momento. E il cioccolato si scioglie.
La lingua riconosce qualcosa che non sapeva di ricordare. Le sensazioni diventano quasi invadenti, come se quel piccolo spazio non fosse più sufficiente a contenerle.
E allora comprendi che certi baci non si mangiano.
Si ascoltano. Si lasciano sciogliere lentamente, fino a quando non rimane più nulla da mordere e tutto ciò che resta è la voglia di averne ancora.
Forse è questo che vorrei dal tuo bacio.
Non la fretta di arrivare alle labbra, ma tutto ciò che viene prima. L’attesa. Gli sguardi. Il desiderio che cresce senza fare rumore. Quel piccolo spazio sospeso in cui ancora non è successo nulla e, proprio per questo, può ancora succedere qualsiasi cosa.
Vorrei poterlo scartare lentamente.
Leggere il tuo silenzio.
Assaporare ogni istante con la stessa vorace delicatezza con cui si assaggia qualcosa che hai aspettato troppo a lungo.
E poi lasciarlo sciogliere.
Senza chiedergli quanto durerà.
Perché forse i baci più belli non sono quelli che rimangono sulle labbra.
Sono quelli che, una volta finiti, continuano a vivere da qualche parte dentro di noi.
Come un sapore che non hai più in bocca.
Ma che, stranamente, non hai ancora smesso di sentire.

