Avete mai conosciuto l’incanto del lago?
Quel giorno mi misi in ascolto del vento. Inizialmente era una flebile brezza che attraversava la verde distesa, sfiorava il mare e, insinuandosi tra le fronde dei pensieri, giungeva lenta, come una docile carezza.
Non marinaio, se non dei sensi, portavo con me una rosa dei venti troppe volte smagnetizzata, che finiva per condurmi verso luoghi ai quali non appartenevo. Eppure, io amavo il vento. Ci credevo, sempre.
Non sapevo dove volesse condurmi, ma c’era qualcosa nel suo passaggio che invitava a seguirlo. Così lasciai che mi accompagnasse, senza fare domande, affidando al silenzio il compito di indicarmi la strada.
L’aria intorno a me cominciò a muovere le note dolci dell’erba umida della sera. Le piccole gocce di rugiada sembrarono raccogliersi in un unico sentire, avvolgendo le mie narici con una prepotenza insolita. Non di quelle che feriscono o lacerano, ma di quelle che abbracciano, penetrando dentro con la naturalezza di qualcosa che, in fondo, ci appartiene da sempre.
Fu allora che lo vidi.
Il lago riposava nel silenzio, custodendo sulla sua superficie i riflessi del cielo. Non c’era fretta nelle sue acque, né il desiderio di raggiungere una riva. Soltanto una quiete profonda, capace di accogliere ogni cosa senza trattenerla.
Per un istante ebbi la sensazione che quel luogo non fosse lì ad aspettarmi, ma che fossi io, finalmente, ad aver trovato il modo di raggiungerlo.
Il vento sembrava cambiare direzione. Da flebile brezza si trasformò in un suono armonico, una melodia appena percettibile, di quelle che sanno ancora sorridere alle piccole cose della vita. E in quel movimento gentile, quasi impercettibile, mi parve di ritrovare qualcosa che avevo smesso di cercare, forse perché troppo impegnato a inseguire ciò che credevo mi mancasse.
Mi sedetti sulla riva, alla giusta distanza. O meglio, in quel punto in cui la bellezza non aveva bisogno di essere raggiunta, perché riusciva già a restituirmi ogni sensazione, amplificandola nel silenzio.
Il vento si sedette accanto a me.
Fu allora che notai le stelle riflesse sulla superficie del lago, come se il cielo avesse scelto di specchiarsi anche lì, per non lasciare sola la notte.
Il vento mi sussurrò.
«Guarda bene, sono le stelle del lago che si riflettono nel cielo».
Rimasi in ascolto, cercando di capire se fosse il cielo a specchiarsi nell’acqua o se, per una volta, fosse il lago a restituire luce alle stelle. Forse non c’era nulla da capire. Forse, a volte, ci perdiamo così tanto nel cercare una direzione da dimenticare che anche ciò che ci circonda può indicarci la strada, senza spostarci di un solo passo.
E così rimasi lì, lasciando che il vento mi attraversasse, che il lago accogliesse i miei pensieri e che le stelle continuassero a confondere il confine tra ciò che ero e ciò che sentivo.
Senza più cercare una rotta.
Senza più chiedermi a quale riva appartenessi.
Abbracciato dal vento.
Una barchetta di carta nel lago delle mie emozioni.
Incantato.

