Lineadipensiero saporita
saporita

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Del me bambino ricordo che il tempo avesse tanti sapori.
C’era quello delle ore di scuola, quello delle domeniche lente, quello dei gelsomini di mio padre. Ma un sapore regnava su tutti, indelebile e preciso. Era il sapore dolce e un poco secco dei biscotti d’uvetta che mia madre teneva dentro una scatola di latta azzurra.

Li comprava al mercato ogni giovedì.

Tornava a casa piano, con le buste che le segnavano le dita, e prima ancora di togliersi il cappotto apriva la scatola per controllare che fossero interi. Diceva sempre che le cose fragili andavano guardate subito, perché il mondo aveva il vizio di romperle appena ci si distraeva.

Io ne prendevo uno e lo spezzavo a metà.
Sempre.
Non ne mangiavo mai uno intero.

«Perché fai così?» mi chiedeva lei, fingendo di non conoscere la risposta.
«Per dopo.»

Lei sorrideva senza mostrarmi i denti ma quanto bastava per accennare la fossetta, come chi custodisce una tristezza educata.

«Allora stai imparando.»

Non capivo cosa intendesse. Avevo sette anni e credevo che conservare qualcosa significasse semplicemente averne ancora più tardi. La metà avanzata la infilavo nella tasca della felpa, avvolta in un tovagliolo. Poi uscivo in cortile, giocavo fino a sera, cadevo, correvo, dimenticavo tutto. Ma quando il freddo iniziava a scendere dalle foglie e il cielo diventava dello stesso colore dello zinco, mettevo la mano in tasca e ritrovavo quel mezzo biscotto sbriciolato.

Lo mangiavo lentamente.
Aveva un gusto diverso.
Sapeva già un poco di nostalgia.

Molti anni dopo, svuoto le tasche della memoria. Il biscotto non c’è. Mi dirigo verso luoghi conosciuti. La cucina è rimasta quasi identica. Le tendine corte, il tavolo piccolo, l’orologio che ticchettava troppo forte, la radio sul davanzale, le ante avorio, i pomelli cioccolato.

Apro la credenza per abitudine.
La scatola azzurra è ancora lì.
La tiro fuori.
Il coperchio ha quel rumore metallico che ricordavo bene, un suono breve, domestico, capace di attraversare quarant’anni senza cambiare.

Dentro non ci sono più i biscotti.
Solo un tovagliolo piegato con cura.
Lo apro lentamente, quasi temendo di rompere qualcosa di vivo.
E dentro trovo mezzo biscotto d’uvetta, duro come un sentimento, conservato chissà da quanto tempo.

Rido.
Piango.
Con la stessa improvvisa naturalezza.

Ora capisco cosa avesse tentato di insegnarmi per tutta la vita.
Che il tempo non si trattiene intero.
Si spezza.

Una parte la viviamo mentre accade. La consumiamo senza accorgercene, tra giorni qualunque, parole dimenticate, persone amate male o troppo poco.

L’altra invece la conserviamo.
Non per prudenza.
Per fame.

Fame di ritornare, qualche volta, a ciò che siamo stati.

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Lineadipensiero è un diario iniziato nel 2012 con l’unico scopo di provare a liberare la mia creatività attraverso i testi.  Sono semplici storie di introspezione, fantasia, immaginazione di un vecchio bruto, brutto e barbuto innamorato dell’arte metafisica, astratta e contemporanea.
Mi piace giocare con le parole come fossero dei colori; accostamenti, distonie, armonizzazioni volte a creare un quadro tra la realtà e l’astrazione della stessa