Eppure credevo fosse un’idea senza idealizzazione, qualcosa di nudo, incapace di vestirsi di senso senza doverlo inseguire.
E invece resta lì, sospesa.
Un’intuizione trattenuta sul bordo, come se attendesse un nome per esistere davvero. Il ricordo, che immaginavo materia pur inafferrabile, si è rivelato fragile. Molecole incapaci di unirsi senza il legante del vero. E io, ostinato, cercavo tra i vuoti della memoria qualcosa da colmare, da rendere intero a ogni costo.
Poi ho smesso di inseguire. Ho iniziato a chiamare.
Chiamarla per nome è stato il primo atto.
Un nome che si fa eco in mia figlia.
Un atto di verità.
Nome sussurrato dentro, quando si accetta di vedersi davvero. In quel suono, semplice e pieno, ho ritrovato una voce che credevo perduta.
Allora ho provato a creare.
Costruivo immagini, davo loro un profumo, come fiori raccolti in un tempo forse mai esistito. Le posavo accanto a me, sul comodino delle notti inquiete, come fossero reali. Ma solo alcune tracce resistevano, autentiche. Le ho riconosciute nella loro essenzialità e le ho raccolte una a una, come foglie lungo un sentiero di bosco.
Le ho fissate su carta.
Poche, forse, eppure vive.
E proprio per questo uniche.
Su quella carta ho disegnato me stesso, una storia incompleta ma sincera. L’ho offerta alle mie figlie come mappa imperfetta e vera.
E da lì qualcosa ha preso forma.
Non una ricostruzione, ma una nascita.
Ed io padre, mi sono fatto madre di me stesso.
Ho accolto ciò che c’era, anche incerto, anche incompleto, e gli ho dato spazio. Ho lasciato che crescesse senza costringerlo a essere altro.
E oggi, nel nominarmi e nel riconoscermi, continuo a nascere.
In questo doppio sguardo, finalmente, mi riconosco intero.

