Uno dopo l’altro.
Un giorno dopo l’altro.
Ci vollero non so quanti giorni affinché ultimassi di gonfiare i palloncini per creare quello stato di equilibrio tra terra e cielo.
All’inizio ne bastavano pochi. La sedia sobbalzava appena, come se stesse imparando a sperare. Poi, ogni volta che credevo di averne aggiunto abbastanza, scoprivo che, sciolte le corde, rimaneva ancorata alla terra sotto il peso dei giorni vissuti.
Così continuavo.
Un palloncino per ogni addio rimasto senza risposta.
Uno per i sogni procrastinati troppo a lungo.
Uno per tutte le volte in cui avevo scambiato la prudenza per paura.
Uno per quel silenzio a cui davo il nome di pace.
Ne gonfiai uno per il bambino che ero stato.
Non era semplice. Alcuni scoppiavano appena sfiorati da un ricordo troppo appuntito. Altri si sgonfiavano lentamente, come certe promesse che non fanno rumore mentre smettono di esistere.
Eppure ricominciavo.
Avevo capito che non stavo cercando di far volare una sedia. Stavo cercando un luogo in cui potermi sedere senza sentire il peso di tutto ciò che mi teneva inchiodato a terra.
Quando finalmente trovai l’equilibrio, accadde qualcosa che non avevo previsto.
La sedia non salì verso il cielo.
Fu la terra ad allontanarsi quel tanto che bastava da smettere di trattenerla.
Rimase sospesa.
Né fuga, né ritorno.
Un punto esatto in cui gravità e desiderio avevano smesso di contendersi la stessa anima.
Avevo sempre creduto che la libertà fosse una questione di altezza. Invece era una questione di equilibrio. Di quell’esatta proporzione capace di tenerti sospeso tra ciò che ti trattiene e ciò che ti chiama. Non serve arrivare più in alto. Serve alleggerire ciò che ci abita fino a quando il cuore smette di confondere le proprie catene con le proprie radici.
Da allora decido se aggiungere un palloncino o toglierne uno, se lasciarmi al sogno o seguire la logica.
E, sorprendentemente, la sedia continua a restare sospesa, in quell’equilibrio capace di sostenerti senza chiederti di appartenere né alla terra né al cielo, ma soltanto a te stesso.
In quel sereno caos.

