L’aria sa di luppolo.
Mi spengo.
Per un attimo.
Mi riaccendo.
Lo zerbino non è cambiato. Continua ad accogliermi con il suo “i sogni sono il posto magico dove tutto può accadere”. Ma la porta ha cambiato le sue venature, come se il legno avesse deciso un’altra direzione del respiro. Dal noce a un ulivo più antico, più lento, più trasformativo. Passo le dita sulle fibre e sento che non sono più solo materia, ma memoria che si lascia toccare.
Il campanello non c’è più.
Al suo posto un batacchio sospeso, scelto forse perché il suono precedente era troppo netto, troppo sveglio, troppo vicino alla veglia. Questo invece promette un richiamo più rotondo, quasi un invito a non uscire del tutto dal sogno.
Tre rintocchi.
Ed eccomi sotto un albero di fico a guardare le foglie danzare, nella cabina di un treno per un nuovo ennesimo viaggio o lungo una spiaggia che porta al faro.
Non sembra esserci una scelta, non davvero o non apparentemente. I luoghi si sovrappongono come pensieri distratti. Il profumo dolce del fico si mescola al ferro caldo dei binari, e la sabbia scivola tra le dita mentre il sedile vibra sotto di me. Capisco allora, o forse ricordo, che sto sognando. E non è un sogno qualsiasi. È uno di quelli in cui posso restare.
E nel sogno, qualcosa si apre, come una porta senza cardini.
Non più solo vedere, ma toccare il filo invisibile che muove le cose.
Respiro.
Le foglie sopra di me tremano come piccole mani verdi. Ne seguo il movimento e, con un gesto appena accennato, chiedo al vento di fermarsi. Lui obbedisce. Tutto si immobilizza. Il mare trattiene l’onda, il treno sospende il suo correre, perfino la luce resta appesa a metà tra giorno e sera.
“Quindi è così,” penso. “Posso toccare.”
E il gesto diventa lingua.
Ciò che non sapevo dire prende forma nel vento che si ferma, nell’onda che aspetta, nella luce che non cade. Mi alzo, o forse mi sollevo, e passo dalla radice dell’albero al corridoio del treno senza attraversare distanza. Le porte delle cabine si aprono su paesaggi impossibili. Una stanza che non ricordo di aver vissuto, una città senza nome, un volto che sembra conoscermi meglio di quanto io conosca me stesso.
Ogni cosa mi osserva.

