Sono il cambiamento.
Me ne sono accorto una mattina, guardando il sole.
Era a ovest, dalla parte opposta a quella che avevo immaginato, e per un istante ho pensato che anche il cielo avesse sbagliato strada.
Il cielo non sbaglia mai strada. Siamo noi che, qualche volta, guardandolo, pretendiamo che ci indichi la nostra. Per molto tempo ho fatto proprio questo. Ho cercato direzioni fuori di me, affidandomi al vento come se ogni sua corrente contenesse una risposta.
Cambio abito, passo, stagione. Ho imparato a stare dove tirava il vento, convinto che seguirlo fosse un modo per non perdermi.
Quando soffiava piano, diventavo leggero.
Quando aumentava, imparavo a resistere.
E quando cambiava direzione, cambiavo anch’io.
All’inizio sembrava soltanto adattarsi alla vita. Poi, soprattutto in amore, ho iniziato ad adattarmi alle persone. Sapevo essere quello che serviva. Presenza quando qualcuno aveva bisogno di trovarmi, un’assenza quando aveva bisogno di spazio. Una certezza nei giorni incerti, un’incertezza quando la certezza faceva paura.
Mi adattavo così bene che, lentamente, ho smesso di chiedermi dove finisse il vento e dove cominciassi io.
Credevo fosse amore.
Forse era soltanto il modo che avevo trovato per restare.
Finché un giorno il vento smise.
Non cambiò direzione. Semplicemente, non c’era più.
E nel silenzio che lasciò dietro di sé mi accorsi di essere rimasto fermo in mezzo a tutte le strade che avevo percorso per qualcun altro.
Fu allora che cominciai a ritrovarmi.
C’erano pezzi di me dappertutto. Ritrovai una gonna su una panchina che avevo dimenticato, un taccuino dentro una porta che avevo chiuso senza volerlo, Dio nelle parole che avevo taciuto per non perdere qualcuno, in quei “va bene” che avevano imparato a significare il contrario.
Li ho raccolti senza fretta.
Non erano errori.
Erano me.
Solo che alcuni avevano vissuto troppo a lungo lontano da casa.
E forse cambiare davvero è cominciato proprio da lì.
Non dal diventare qualcun altro, ma nel divenire la versione migliore di me.
Ho cominciato allora a cambiare in un modo diverso.
Non più cercando una forma nuova da indossare, ma togliendo quelle che avevo preso in prestito. Ho cambiato pelle, come fanno gli alberi quando una stagione finisce, non per diventare un altro albero, ma per continuare a crescere.
Ho cambiato modo di amare senza smettere di amare.
E, soprattutto, ho smesso di confondere il cambiamento con la distanza da me stesso.
Il cambiamento più vero non sposta il centro. Lo rende più visibile.
Perché non tutto ciò che cambia deve andare altrove.
A volte bisogna semplicemente rimanere su se stessi abbastanza a lungo da scoprire quante forme può avere la stessa anima.
Da allora, quando arriva il vento, non cerco più di capire dove voglia portarmi.
Lo ascolto.
Lo lascio passare.
Se apre una porta, non significa che debba attraversarla.
Se ne chiude una, non significa che io debba fermarmi davanti.
Ho imparato ad ascoltare il vento senza obbedirgli.
Ed è stato proprio allora che ho capito il mio nome.
Non sono quello che cambia perché cambia il vento.
Sono quello che cambia e, cambiando, impara finalmente quale vento gli appartiene.
Sono il cambiamento.
E divento Cambiavento.
Non perché abbia finalmente trovato una direzione.
Ma perché, ovunque vada, non devo più perdermi per arrivare.

