«La chiamo!»
La domanda venne in mente senza un motivo preciso, mentre fuori il flebile vento estivo muoveva appena le tende e la casa sembrava più vuota del solito.
I passi veloci e pesanti, prima che svanisse l’impeto, mi condussero al mobile dell’ingresso dove c’era ancora quel vecchio telefono degli anni Ottanta. Beige, con il filo della cornetta attorcigliato su se stesso e i segni del tempo lungo i bordi. Nessuno lo usava più davvero, eppure era rimasto lì, come certi oggetti che diventano parte della memoria della casa.
Lo fissai per qualche istante.
Negli ultimi tempi avevo imparato a convivere con molte cose.
Le giornate scorrevano identiche fatte di conversazioni distratte e impegni inventati per arrivare a sera senza fermarmi troppo a pensare.
Ma ci sono pensieri che conoscono la strada del ritorno.
Arrivano quando meno te li aspetti.
Una voce ricordata male.
Un profumo intravisto per strada.
Un dettaglio.
E all’improvviso qualcosa dentro ricomincia a bussare.
Il tempo necessario a comporre il numero fatto di troppi nove e zero, dilatò lo spazio. Una sequenza che aveva il sapore dell’infinito. Ogni rotazione era una domanda. Perché fare quella chiamata? cosa avrei detto? o cosa avrei voluto dirle in realtà?
Forse sarebbe bastato un «Mi manchi», senza neanche un saluto.
Un primo squillo, quasi stonato.
Poi un altro. E un altro ancora.
Fermo. Immobile.
Solo lo scricchiolio della cornetta tenuta troppo stretta.
Poi.
Tu… Tu… Tu…
Regolare. Ostinato. Sincopato.
Quel segnale impersonale che di solito invita a riagganciare.
Invece rimasi lì.
Con l’orecchio appoggiato alla cornetta.
Ad ascoltarlo.
Tu… Tu… Tu…
E più quel ritmo continuava, più sembrava familiare.
Come il battito di qualcosa che avevo ignorato per troppo tempo.
Come una porta lasciata chiusa per anni.
Tu… Tu… Tu…
Continuai ad ascoltare.
Finché compresi ciò che avrei dovuto capire molto tempo prima.
Non avevo composto il numero di una persona che mi mancava.
Avevo composto il numero di una persona che avevo abbandonato.
Me stesso.

