Se anche nella mia vita ci fosse stata lei, avrei scritto come lui.
“Cara Milena, non riesco a farmi capire. Non so spiegare a nessuno ciò che accade dentro di me, e forse nemmeno a me stesso.”
La difficoltà non è trovare le parole, ma scoprire che, appena trovate, smettono di appartenere a ciò che dovrebbero descrivere. Ogni frase somiglia a una deposizione davanti a un tribunale invisibile, dove sono insieme imputato, testimone e giudice, senza conoscere l’accusa.
Un colpo di martello di legno.
Inizio o fine dell’udienza, non è dato sapere.
Ci sono momenti in cui siamo noi i primi a non comprenderci. Eppure proprio allora cresce l’urgenza di spiegarci agli altri. Mi sorprendo a chiarire, giustificare, precisare, ma ogni chiarimento apre una nuova ambiguità, ogni spiegazione un’altra crepa. E la capra campa.
Dentro di me esiste un sistema di corridoi, stanze chiuse e porte socchiuse. Quando entro in una, dimentico da quale sono arrivato. Quando penso di essere arrivato dimentico da quale sono venuto. Non c’è un centro, o forse c’è, ma è stato spostato senza che me ne accorgessi. Eppure continuo a cercarlo.
Gli altri ascoltano.
A volte annuiscono.
Nei loro occhi riconosco lo stesso smarrimento che provo io, solo meglio nascosto. Forse non esiste una versione definitiva di ciò che siamo, ma soltanto tentativi di verbalizzazione destinati a essere archiviati come incompleti.
Forse Milena non avrebbe capito.
Forse avrebbe solo ascoltato, senza pretendere coerenza. E questo, paradossalmente, sarebbe bastato a rendere tutto più sopportabile. Non la comprensione, ma la sospensione del giudizio.
Allora continuo a scrivere, perché è l’unico modo che conosco per lasciare tracce del mio passaggio nel labirinto. Non per uscirne, ma per provare, almeno a me stesso, che ogni svolta, ogni errore, ogni frase interrotta è accaduta davvero.
E tuttavia resta il sospetto che anche queste parole, questi tentativi, perfino il bisogno di essere compreso, facciano parte dello stesso meccanismo che mi tiene qui, a interrogarmi senza fine, davanti a una porta che forse non era destinata ad aprirsi.
O forse non è una porta, ma un trompe-l’oeil.

