Sospeso.
È così che a volte mi sento.
Sospeso.
Come se il mio corpo libero di non obbedire alle leggi della gravità, avesse scelto quelle, più silenziose, dell’impermanenza. Fluttuo nello spazio e nel tempo, in un luogo che non appartiene né al prima né al dopo. Non c’è un’ascesa da celebrare, né una caduta da temere. Solo una permanenza lieve, un equilibrio che si sottrae al bisogno di arrivare.
Per molti questa immobilità ha il sapore dell’inerzia. Lo sguardo di chi osserva da fuori cerca sempre una direzione. Salire o scendere, avanzare o retrocedere, scegliere destra o sinistra al bivio. Ma ci sono istanti che non chiedono movimento. Chiedono paziente presenza.
È lì che mi ritrovo.
In quello stato limbico dove il respiro si allunga e il tempo perde consistenza. Dove non sono fermo, ma attraversato. Come il mare quando sembra immobile mentre il moto continua a scorrere nelle sue profondità.
I fili di luce non disegnano ombre capaci di trattenermi né di legarmi. Mi attraversano. Entrano da una parte ed escono dall’altra, come se fossi fatto di materia vitrea, o di infinite molecole distanti il tanto che basta per lasciare passare il chiarore. Non oppongo resistenza. Non assorbo. Lascio che ogni raggio trovi il suo cammino.
Forse è questa la forma più autentica dell’equilibrio.
Non trattenere nulla, nemmeno sé stessi.
In quella sospensione non mi sento incompleto. Al contrario, mi riconosco. È uno spazio in cui le domande non pretendono risposte e le certezze smettono di fare rumore, dove il brusio si fa musica, dove il frastuono tace nel suo riverbero.
Esisto senza dover dimostrare di essere in viaggio verso qualcosa.
Poi, inevitabilmente, il mondo tornerà a reclamare il peso delle scelte, la fretta dei passi, la necessità di una direzione. Ma finché rimango qui, sospeso dentro questo fascio di luce, comprendo che anche l’apparente immobilità è un movimento.
Invisibile, profondo, essenziale.
Esistenziale.
Sospeso.
È il cambiamento che avviene senza spostare il corpo.
Sospeso.
È trasformare lo spazio che custodisce l’anima.

