Ciao, ti va di vederci?
Ho scritto quella frase almeno dieci volte.
Ogni volta cambiava qualcosa.
Una virgola.
Un punto interrogativo.
Una parola di troppo.
Una di meno.
Poi cancellavo tutto.
Perché chiedere di vederti significa espormi.
È un gesto che sembra semplice. In realtà è un piccolo atto di fiducia.
“Ciao, ti va di vederci?”
Una frase così breve da sembrare innocua.
Eppure, dietro quelle cinque parole, c’è il peso dell’attesa. C’è il desiderio di capire se il tempo abbia davvero fatto il suo lavoro oppure se si sia limitato a posare altra polvere sopra quella che c’era già.
Immagino la scena.
Un tavolino all’aperto.
– Cosa prendi?
– Scegli tu.
– Dai, fai tu… Uno spritz.
– Anche per me.
L’imbarazzo dei primi minuti.
Le domande prudenti.
I sorrisi che cercano il coraggio di diventare autentici.
E poi…
Osservare il modo in cui muovi le mani quando racconti qualcosa. Il momento preciso in cui abbassi gli occhi prima di ridere. Quelle piccole abitudini che, senza fare rumore, raccontano chi sei.
Pensavo di voler vedere te.
Poi ho chiuso gli occhi.
E mi sono accorto che, in quella scena, stavo cercando soprattutto me stesso.
L’uomo che ero quando sapeva ancora stupirsi. Quello che non misurava ogni parola per paura delle conseguenze. Che viveva gli incontri senza trasformarli in processi e le emozioni senza pretendere un verdetto.
Perché, forse, quando diciamo a qualcuno «Ti va di vederci?», non stiamo chiedendo soltanto un appuntamento. A volte stiamo domandando alla parte più autentica di noi se è pronta a tornare.
E tu?
Hai voglia di vederti?
Se la risposta è sì, allora forse possiamo vederci davvero.

