Sei il mio algoritmo.
Lo penso ogni volta che provo a capire perché, tra milioni di persone, la mia attenzione finisca sempre per tornare a te.
Ho cercato una spiegazione razionale.
Non l’ho trovata.
Gli algoritmi, in fondo, dovrebbero essere fatti di logica, di dati e probabilità.
Di sequenze che si possono prevedere.
E tu, invece, sei tutto quello che non so calcolare.
“Sei il mio algoritmo.”
Detto così sembra qualcosa di freddo, di tecnico.
Eppure c’è una grande umanità.
Un algoritmo impara da ciò che scegliamo con sottile consapevolezza.
Osserva dove ci fermiamo, cosa cerchiamo, cosa ci emoziona.
Raccoglie piccoli frammenti e, poco alla volta, prova a capire cosa desideriamo davvero.
Piccoli dati apparentemente insignificanti che, insieme, hanno costruito una formula che
non conosco ma che il mio cuore sembra conoscere benissimo.
Adesso, succede una cosa strana.
Appari nelle canzoni che ascolto, nelle cose belle che vorrei raccontare, nelle cose difficili per cui chiederei una mano.
Ho provato anche a disinstallarti.
A cancellare la cronologia.
A convincermi che fosse soltanto un’illusione.
Ma certe persone non restano nei dispositivi.
Restano nei gesti.
Nei riflessi.
Nella timeline dei sogni.
Nelle associazioni improvvise.
Hai spostato le mie priorità.
Hai alterato le mie probabilità.
Hai reso più frequente il desiderio di sorridere.
E allora ho smesso di cercare una spiegazione. Perché magari non tutto ciò che ci avvicina ha bisogno di una logica.
Esistono incontri che non seguono formule.
Tra tutte le cose belle, la più bella è quando qualcuno impara a riconoscerci.
E il tuo algoritmo, invece, cosa ti mostra?

