Il mio riflesso immobile.
Tutto il resto corre velocemente.
C’è un punto dentro di me, che sembra non muoversi mai. Fermo. Fisso. Un centro quieto e pacato mentre il mondo accelera senza chiedere permesso. È come stare seduto accanto al finestrino di un treno in corsa. Il paesaggio si scioglie in strisce di colore liquido, le forme si allungano, i dettagli si perdono. Eppure il vetro, ostinato, mi restituisce sempre la stessa presenza. La mia.
E a volte di chi passa alle mie spalle.
I riflessi si incastrano, si includono e poi si dissolvono.
Ed io resto.
In questa apparente immobilità mi chiedo se sono davvero fermo o è il modo in cui mi guardo? Fuori tutto si consuma in fretta. Mentre scelte che si accavallano, panorami che passano, giorni che si inseguono senza tregua, dentro qualcosa osserva. Non interviene, non corre. Sta.
Difficile afferrarne i dettagli, ma le forme sono riconoscibili.
È così che percepisco anche i miei pensieri più profondi. Non sempre nitidi, spesso sfocati dal movimento continuo della vita. A volte emergono, come sagome nella nebbia, le intuizioni, le paure e desideri che non ho ancora avuto il coraggio di nominare. Eppure li riconosco. So quando sto evitando qualcosa. So quando sto cambiando, anche se il cambiamento non fa rumore.
Guardare il mondo attraverso il finestrino del treno ha sempre permesso questa duplice visione.
Fuori il fluire. Dentro la permanenza.
Ma col tempo ho iniziato a sospettare che sia un’illusione necessaria. Perché ciò che appare fermo forse si muove in modo più lento, più profondo, più difficile da vedere. Forse il mio riflesso non è immobile. Forse sta cambiando a una velocità che posso cogliere solo quando smetto di inseguire il paesaggio e resto, per un momento, in ascolto.
Ma di cosa?

