Lineadipensiero da modellare
chagall

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Il mio fare mattutino è sempre stato metodico.
Come un’attività programmata eseguo la sequenza, ma da qualche tempo mi chiedo se sia davvero disciplina o solo un modo per non ascoltare troppo a fondo.

Mi alzo e mi vesto velocemente, quasi con urgenza, per spogliarmi non solo del pigiama ma di ciò che la notte lascia addosso. Pensieri sospesi, sogni che non riesco a trattenere, frammenti che non trovano posto. Dopo il mio solito caffè, mi dirigo verso il laboratorio. Non è tanto un’abitudine quanto un ritorno, ogni volta, a qualcosa che non so nominare.

Le prime ore dell’alba sono le migliori per creare.
O forse sono semplicemente le uniche in cui riesco ancora a sentirmi intero. Il silenzio non è mai davvero vuoto. Contiene tutto ciò che durante il giorno si disperde. La luce entra senza ostacoli, cruda e sincera, e illumina non solo lo spazio ma anche ciò che cerco di evitare.

Accendo la solita playlist.
Le stesse canzoni, sì, ma ogni giorno sembrano raccontarmi qualcosa di diverso, o forse sono io che cambio, impercettibilmente, mentre le ascolto. Mi siedo, e il cigolio della sedia mi riporta a terra. È una sedia trovata per strada, scartata, dimenticata. A volte penso che ci somigliamo, entrambi recuperati da un punto impreciso tra l’utile e il superfluo.

Allungo le braccia e taglio una fetta di creazione. Il gesto è automatico, ma ogni volta contiene quel domandarmi cosa sto davvero cercando di fare? Poso il materiale sul tornio, accendo dal pulsante logoro, e il brusio comincia. Quel suono continuo mi avvolge, come se potesse coprire il rumore più sottile che ho dentro.

Poi premo il pedale. E tutto si mette in movimento.

La rotazione mi ipnotizza. C’è qualcosa di profondamente umano in quel girare costante. Un tentativo di restare, pur cambiando forma. Le mani si avvicinano, esitano, poi toccano. E in quel contatto succede qualcosa che non controllo davvero.

Quando creo, mi accorgo di quanto poco comando. Posso guidare, sì, ma solo fino a un certo punto. La materia risponde, ma non obbedisce. E forse è proprio lì che si nasconde la verità. Non sto plasmando qualcosa, sto negoziando con ciò che sono.

Ci sono momenti in cui tutto si allinea. Le mani non pensano, il respiro si sincronizza, e la forma emerge come se fosse già stata decisa da una parte di me che non parla. In quei momenti non esisto davvero come individuo separato, sono solo un passaggio, un tramite.

Poi arriva la testa. Arriva sempre. Vuole correggere, migliorare, rendere coerente ciò che non ha bisogno di esserlo. Vuole dare un senso, quando forse il senso è proprio nel lasciare che qualcosa accada senza spiegarlo. E allora tutto si incrina. Le mani diventano rigide, il gesto si spezza, la forma si perde. Sento una distanza improvvisa tra me e ciò che sto facendo, come se stessi osservando qualcuno che tenta di imitarmi senza riuscirci.

Resto lì, con quella frattura aperta.

È in quel punto che capisco, o forse ricordo, che creare non è produrre, ma esporsi. Non è costruire qualcosa di esterno, ma lasciar emergere ciò che di solito tengo nascosto, anche a me stesso. E allora provo a tornare indietro. Non nel tempo, ma nello stato. Lascio cadere l’idea, allento il controllo, smetto di voler riuscire. Le mani tornano a sentire prima ancora di fare.

E qualcosa, lentamente, riprende.

Se creo dal cuore quasi tutto funziona.
Se creo dalla testa quasi nulla.

Ma ogni mattina devo impararlo di nuovo, come se non bastasse averlo già capito. Perché la testa è insistente, e il cuore è silenzioso. E tra i due, io continuo a oscillare, cercando un punto in cui smettere di scegliere e iniziare semplicemente a essere.

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Lineadipensiero è un diario iniziato nel 2012 con l’unico scopo di provare a liberare la mia creatività attraverso i testi.  Sono semplici storie di introspezione, fantasia, immaginazione di un vecchio bruto, brutto e barbuto innamorato dell’arte metafisica, astratta e contemporanea.
Mi piace giocare con le parole come fossero dei colori; accostamenti, distonie, armonizzazioni volte a creare un quadro tra la realtà e l’astrazione della stessa