Le mollette lasciarono la presa.
Il velo che copriva svelò.
Il sole tornò, e le copertine respiravano di nuovo, liberate dalla trasparenza che le aveva protette dalle gocce incerte della pioggia, e da un tempo di polvere e dimenticanza. Disposte in fila, in quel riverbero di un nome che ne moltiplica l’enfasi, sembravano il ticchettio di un orologio al contrario, un tempo inverso di matite e acquerelli, di mani pazienti che sapevano fermare sulla carta non solo i corpi, ma il loro segreto.
L’aria di una primavera indecisa passava lieve, sfiorando i bordi, come dita discrete che avevano mosso, anni prima, quelle pagine. E in quel tocco quasi invisibile qualcosa si risvegliava, riportando alla memoria il fragile intento di copiare, cercando di addestrare la mia mano. Le figure disegnate, mai gridate, sempre suggerite, custodivano una tensione dolce, una promessa trattenuta tra luce e ombra.
Era un erotismo sottile, fatto di pause.
Una schiena che si inarca appena.
Uno sguardo che si offre e subito si ritrae.
Una mano che sfiora senza mai afferrare.
Traccia senza incidere.
E proprio lì, in quel non compiersi, si aprivano spazi prima chiusi al ricordo.
Un ricordo di occhi più giovani, capaci di fermarsi. Di restare.
Quelle immagini, allora, non erano solo disegni.
Erano soglie verso luoghi ancora invalicabili.
Le dita ricordavano il gesto incerto, quasi timido. Seguivano un contorno, indugiavano su una lineadipensiero, si perdevano in un dettaglio. Il respiro trattenuto sulla carta ruvida, il battito lieve della matita in cerca di ispirazione, quella forma di desiderio che non invade ma attende, che non consuma ma accompagna. Non c’era fretta, non c’era bisogno di possedere. Bastava avvicinarsi. Bastava sentire. Bastava ascoltarsi.
Così il tempo si piegava su se stesso.
Il presente e il passato si toccavano appena, sfiorandosi, come quelle figure disegnate. E sotto la calda luce solare, tra i colori riemersi, tutto diventava più leggero. Le copertine non erano più oggetti allineati, ma custodi silenziose di uno sguardo che aveva imparato la delicatezza.
Perché c’è una bellezza che non si impone.
Si lascia trovare.
E quando accade, resta sottile e discreta, come una memoria che continua a sfiorare.
Senza mai svanire.
Senza mai graffiare.
Indelebile.

