Estrassi le mani dalle tasche dei jeans con non poca fatica.
Le spalle si sollevarono appena, come a voler anticipare una verità che conoscevo già, ma che continuavo a rimandare.
Non avevo nulla da dare, né da dire, pensai.
E mentre il pensiero si faceva materia, le mie mani ne seguirono il moto. Si aprirono lentamente, quasi con pudore, mostrando il palmo nudo, vuoto, a confermare ciò che temevo. Nessun oggetto, nessuna offerta, nessuna prova concreta di valore. Eppure restai lì, a guardarle in quel vuoto, in quel silenzio che non era immobile. Quelle mani, pensai, non erano fatte per trattenere soltanto.
Erano fatte per fare, sfiorare, costruire, accogliere, lasciare.
Per donare.
Come se il dono non fosse mai gratuito davvero, come se ci fosse sempre un attraversamento implicito, un “per” da attraversare prima di arrivare all’altro.
Per donare, dovevo passare attraverso me stesso.
Scavando, mi accorsi che non era vero che non avevo nulla, avevo trattenuto molto. Parole non dette, colpe non sciolte, piccoli rancori sedimentati come polvere negli angoli della memoria.
Le mani erano vuote solo in superficie.
Dentro, erano ancora chiuse.
Perdonare.
Per donare, dovevo prima perdonare.
Non era un gesto rivolto agli altri, almeno non subito. Era un varco interiore. Un lento disarmarsi. Lasciare andare ciò che stringevo senza più sapere perché. Attraversare quello spazio limbico e ritrovare la fiducia. Non accadde tutto in un momento. Non ci fu rivelazione improvvisa, né luce definitiva. Solo un allentarsi quasi impercettibile. Le dita si distesero un poco e il respiro trovò spazio.
E qualcosa cadde, senza rumore, senza saper dire cosa fosse.
Forse un giudizio, un’aspettativa o l’idea stessa di dover avere qualcosa per valere.
Le mani restarono aperte.
Ma ora non mostravano più il nulla.
Mostravano disponibilità.
Uno spazio offerto.
Una presenza che non pretende.
Un gesto che non trattiene ritorno.
E il perdono silenzioso, discreto era stato il primo vero dono per ritrovare la fiducia.
In me.
Il tempo si trasformò e non fu tempo solo per me, ma anche per gli altri.
Il tempo dell’oggi diceva mi fido di me… mi fido di te.

