E tu, chi sei?
Ti sento, ti vedo, ti tocco. Ma non so chi sei davvero.
Ti muovi davanti a me come un riflesso sull’acqua, presente, eppure inafferrabile. Ogni gesto nella tua immobilità pittorica è una sillaba di un nome che non riesco a pronunciare. Ogni silenzio, una risposta che non so decifrare.
Il tuo viso si allunga perdendo ogni forma canonica. La regola aurea si frammenta nella composizione che non ha più né simmetria né proporzione. Le linee che ti tenevano insieme si sciolgono e colano come cera al sole. Studio incompiuto, bozza lasciata a metà, margine bianco che attende un tratto deciso. E intanto mi domando se sia il mio sguardo a deformarti, o la mia attesa.
E i tuoi occhi.
Sanno di buio e nero profondo. Non il buio che spaventa, ma quello che custodisce. Un nero denso, fertile, come terra prima del seme. Volto senza pupille, sospeso, irrisolto, che aspetta di essere davvero visto. Occhi che mi guardano come se sapessero qualcosa che io ho dimenticato. Come se vedessero in me una crepa che io continuo a chiamare ferita.
Cosa ti manca?
Un nome?
Una carezza che non hai avuto?
Un’alba che non hai mai aspettato davvero?
O forse ti manca il coraggio di lasciarti vedere senza ombre, senza filtri, senza quella notte che tieni stretta come una coperta in cui avvolgerti e nasconderti. Io ti sfioro e sento un vento cambiare direzione, che piega i contorni delle cose e mi costringe a guardare altrove, dentro. Forse non sei tu a mancare di qualcosa. Forse sono io che ti cerco come si cerca uno specchio, sperando di trovarci un volto definitivo.
Attendi. Attendi colui che, “Quando conoscerà la tua anima, dipingerà i tuoi occhi.”
Forse allora il viso ritroverà una forma nuova, non canonica, non aurea, ma vera.
E tu, finalmente, non sarai più domanda.
Sarai presenza nella mia assenza.

