Vedo linee dappertutto.
Fin da quando ero piccolo, quando gli ultimi stralci di Carosello mi regalavano Cavandoli. Quelle linee erano il mio modo di tenere insieme il mondo. Linee bianche su tinta unita attraversavano lo schermo. Un omino fatto di niente che diventava tutto. La linea d’onda delle musiche completava ogni emozione. Pensiero, inciampo, ironia. Non capivo ancora perché mi rassicurassero così tanto, ma sapevo che finché una linea continuava, anche io potevo farlo.
Crescendo ho scoperto che le linee non stavano solo nei cartoni animati. C’erano nelle crepe dei muri di casa, nei quaderni a quadretti che riempivo senza sapere bene cosa scrivere, nei binari visti dal finestrino dei treni presi per andare lontano e tornare uguale. C’erano nelle vene sul dorso delle mani di mio padre, nei capelli di mia madre quando iniziavano a imbiancarsi, nei silenzi tesi che attraversavano la tavola come graffi invisibili.
Ho imparato che una linea può dividere o unire, a seconda di come la guardi.
Può essere un confine netto o una traiettoria incerta, oppure un ingarbugliato avvolgersi su se stessa. A volte è una cicatrice o una crepa: segna il punto in cui qualcosa si è rotto ed è stato riparato. Altre volte è una strada che non ho preso e che continuo a disegnare con la mente, chiedendomi dove mi avrebbe portato.
Disegno linee anche quando penso.
Le vedo perché ne ho bisogno. Per non dissolvermi nei contorni sfocati delle cose, per ricordarmi che anche la forma più essenziale può raccontare una storia intera o un nuova lineadipensiero.
Seguo percorsi logici che sembrano dritti e poi si spezzano senza avvisare. Mi perdo negli incroci, torno indietro, cancello. Vorrei curve morbide, ma mi vengono spesso angoli secchi. Eppure, dentro questo groviglio, riconosco ancora quell’omino semplice fatto da una linea che cammina, cade, si rialza.
Non ha volto, e forse per questo può essere il mio.

