Sono un Cancro.
Ascendente Vergine.
Secondo l’astrologia sono un segno d’acqua, ma ho sempre desiderato essere un segno di gin tonic. Non per fuggire dalla mia natura fluida, lunare, emotiva, quella no, non si rinnega, ma per offrirle una forma diversa. Meno mare aperto che inghiotte, meno fiume che non si ferma mai. Più bicchiere trasparente, più bollicine disciplinate.
L’acqua, da sola, ricorda tutto.
Trattiene le voci, i passi, le promesse non mantenute. È archivio sentimentale, custode instancabile, madre accogliente di ciò che andrebbe lasciato andare ma non trova il coraggio di evaporare.
Il gin tonic, invece, sceglie.
Decide cosa resta e cosa no. Distilla bacche, seleziona aromi, profuma l’aria intorno. Fa ordine senza fare rumore. Alleggerisce senza svuotare.
Essere un segno di gin tonic significherebbe imparare l’arte dell’equilibrio. Sapere quanto ghiaccio aggiungere per non scaldarsi troppo, quando una scorza di limone è sufficiente a cambiare l’umore di una serata, dove passa il confine sottile tra il gin e la tonica. Vorrebbe dire accettare l’amaro senza farne una tragedia, trasformarlo in nota aromatica, in qualcosa che resta sul fondo ma non rovina il sorso, né il sorriso.
I segni d’acqua amano in profondità, a volte fino a perdersi.
Un segno di gin tonic ama con apparente leggerezza. Sembra mondano, disinvolto, ma regge gradazioni importanti. Sorride mentre brucia piano. Non travolge, accompagna. Non invade, resta. Elegante, anche quando fa effetto.
Forse il desiderio non è smettere di essere acqua, ma imparare a essere bevibile. Dare confini di vetro alle maree interiori, alzare argini gentili per non straripare, concedersi bollicine di sarcasmo, un rituale serale invece di una tempesta improvvisa.
Restare trasparente, sì ma mai prevedibile.

