Il suo vestito dal colore marrone intenso e il cappello bianco non sono mai cambiati negli anni. Riconoscevo il suo fascino ammaliante anche solo girando tra i mercati.
Trovarne l’essenza in un abbraccio era una di quelle costanti giornaliere che non chiedono attenzione ma pretendono un rito. Goloso della sua morbidezza, nascosta dal suo copricapo bianco che sembrava promettere ordine, e sotto, invece, il caos dolce di una tentazione.
Il suo velo dorato era l’ultimo baluardo tra me e lei. Una soglia sottile ma fastidiosa, un confine inutile tra me e ciò che desideravo davvero. Il suono cupo, quando dopo aver battuto un paio di colpi cedeva, era la danza che si crea prima di ogni resa.
La sua sottile armatura si fora.
È lì che inizia la magia.
La sollevavo sempre con troppa fretta, con troppa irruenza, come si fa con ciò che si conosce fin troppo bene, e puntualmente lei si vendicava, frammentandosi. Tempi lunghi per spogliarla con cura, resti di colla sul bordo, appiccicosi come un rimprovero. Non sono mai riuscito a evitarli, quei segni. Rimanevano lì a ricordarmi che la perfezione non abita i gesti quotidiani, nutrendomi solo di microframmenti strappati via da una lama di pensieri troppo tagliente.
Lei mi conosce, sa come prendermi, sa come sedurmi. Il silenzio intorno si riempie di un profumo intenso e avvolgente, che sale lento, caldo, quasi materno. Non esplode, non aggredisce. Si insinua. Ti prende per la memoria prima ancora che per il naso. Cucine di mattine pigre, dita sporche e colpevoli. Un profumo che non chiede permesso, perché sa già di essere atteso. In quel momento smette di essere un oggetto. Diventa presenza viva. Apre il suo cuore davanti a me come se respirasse, e resto a guardarla per un istante di troppo, sospeso tra il gesto e il desiderio.
Nut ella si chiamava.
La sua voce, avvolgente e silenziosa, parlava di infanzie che non passano mai davvero, di abitudini che resistono al tempo più del bianco zigrinato che la protegge.
Nutre e chiama.
Io rispondo a quella chiamata.
Lasciando libere le farfalle del piacere.
So che, ancora una volta, lascerò un po’ di colla sul bordo.
E un po’ di me dentro.

