Ho sempre amato i profumi.
Non quelli chiusi nelle bottiglie, ordinati sul lavabo del bagno o sul comò, ma quelli che camminano per strada, tra le persone. I profumi dei passanti, che si muovono nell’aria come frasi sospese. Profumi di carta e storia, di tessuti e intrecci. Mi fermavo ad ascoltarli con il naso e con l’anima, cercando di carpirne la storia. Cercando di svelare da dove venissero, cosa nascondessero, quale urgenza o quale quiete portassero con sé. Ogni essenza era un indizio, una traccia di vita.
Fretta, attesa, nostalgia, desiderio.
Poi, quando mi stancai di inseguire scie invisibili tra la folla, iniziai ad ascoltare altri profumi.
Quelli delle parole. Dette e non dette.
Sì, proprio così, i profumi delle parole.
Quelle pronunciate con voce sicura e quelle lasciate a metà, trattenute tra i denti o sepolte nel silenzio. Scoprii che anche le parole hanno un profumo. Alcune sanno di ferro e difesa, altre di miele e resa, altre ancora di polvere antica o di pioggia improvvisa, altre di rosa e abbracci.
Riuscire a sentire e cogliere messaggi non espliciti, non dichiarati e a volte nemmeno consapevoli, è diventato qualcosa di naturale, quasi istintivo. Io sento. E lo dico con cautela, perché sentire non è un merito. È una responsabilità. E, a volte, un peso. Perché sì, ci sono giorni in cui vorrei non sentire. Non vorrei rispondere alla domanda inesistente. Vorrei camminare leggero, attraversare le frasi senza fermarmi, non portarmi addosso ciò che non mi appartiene.
Non vuole essere un gesto di presunzione o di supponenza, anzi tutt’altro. Il mio sentire è profondamente fallibile, attraversato da filtri, paure, desideri. Eppure, spesso, non lo è. Ed è proprio in quella tensione che nasce l’attenzione, l’ascolto profondo, il rispetto per ciò che vibra sotto la superficie.
Così ho imparato.
Vedo altro.
Vado oltre.
Non per svelare, ma per comprendere.
Non per giudicare, ma per restare.
Ancora un po’.

