Scorro pagine, post, reel con un gesto automatico, quasi distratto, come si sfogliano vecchie riviste in una sala d’attesa.
Le immagini scorrono veloci, le frasi si assomigliano tutte. Ognuna, a modo suo, mi ricorda che oggi è l’ultimo giorno dell’anno, come se fosse un varco obbligato, un ponte sospeso tra ciò che è stato e ciò che ancora non ha forma. Tutti sembrano sapere esattamente dove si trovano mostrando un piede nel passato e lo sguardo già proiettato avanti.
Raccontano questo giorno sempre allo stesso modo. Si prende un foglio, si tira una linea precisa, quasi chirurgica. Da una parte il buono, dall’altra il cattivo. Si fa l’inventario per capire quanta merce si ha in magazzino e cosa dovrà essere acquistato. Successi, cadute, errori, promesse mantenute e altre dimenticate per strada. Si analizza, si studia, si decide cosa tenere e cosa lasciare andare, come se la vita fosse una valigia con un limite di peso.
Io, in realtà, questo esercizio lo faccio ogni giorno.
Ogni mattina e ogni sera, anche senza carta e penna. Lo faccio nei silenzi, nei ripensamenti, nei piccoli aggiustamenti quotidiani. Ma non oggi.
Oggi no.
Oggi non traccio linee e non faccio bilanci. Lascio il foglio intatto, bianco, con tutta la sua possibilità. Oggi mi concedo una tregua. Brindo a me stesso, a quello che sono stato capace di attraversare senza accorgermene, a ciò che ho perso e che, in qualche modo, mi ha comunque portato fin qui. Brindo anche a ciò che non ho capito, alle domande rimaste aperte, alle strade prese per errore.
Sono in attesa, come su una banchina illuminata da luci un po’ stanche ma sincere. Non so bene che direzione prenderà il treno, né se sarà puntuale. So solo che arriverà, e che salirò a bordo così come sono, senza liste né promesse solenni.
E allora sorrido, alzo il bicchiere e ascolto il suo annuncio lontano.
Mani sulle spalle di chi mi sta davanti.
Si parte.
Pe pe pe pe perepepepepe.

